storia della fototerapia

Storia della fototerapia

“Abbraccia e tenta di rendere visibile la molteplicità di identità che ogni individuo abita per tutta la vita”

La fotografia è stata considerata per molto tempo un mezzo emotivamente potente capace di esprimere le esperienze umane.

Disegnare immagini e descrivere le immagini che si vedono nella propria mente è da decenni un’ importante forma di psicoterapia.

Storia della fototerapia Dr. Hugh Welch Diamond

La storia della fototerapia nasce nel 1856 a Londra dallo psichiatra Dr. Hugh Welch Diamond, considerato il padre della fotografia psichiatrica, iniziò a fotografare i pazienti del manicomio, utilizzando l’immagine come mezzo diagnostico e per l’identificazione dei diversi tipi di malattia mentale.

A livello terapeutico, scoprì che le foto avevano un effetto terapeutico positivo quando venivano mostrate ai pazienti: essi diventavano più consapevoli della loro identità fisica e prestavano maggior attenzione alla loro apparenza, poiché la loro autostima era rafforzata ogni volta che vedevano una foto in cui stavano bene.

Esempi furono il caso di una giovane madre affetta da “mania puerperale”, sindrome oggi assimilabile alla depressione post-partum, e di una donna che pensava di essere una regina.

Queste donne vennero fotografate nel corso del trattamento in modo da permettere loro di vedere in modo oggettivo la trasformazione del proprio aspetto, rendendole così più consapevoli.

Secondo Diamond, osservare la propria immagine rafforzò l’efficacia della cura delle giovani donne.

Diamond, inoltre, usò le foto per documentare i diversi casi di patologia mentale e presentò il suo lavoro alla società reale di medicina a Londra nel 1856 rendendo possibile la prima testimonianza del potere terapeutico di un medium comunicativo, realizzando quello che oggi possiamo definire il primo progetto di foto-terapia, in cui il paziente psichiatrico è considerato non più solo come un paziente, ma come un individuo in grado d’interagire con la propria immagine fotografica.

Diamond descrisse l’utilità della fotografia, sostenendo tre possibili funzioni in relazione al trattamento dei malati di mente:

1) La registrazione dell’aspetto esteriore con spirito descrittivo e diagnostico, come auspicato dalle teorie fisionomiche della follia;

2) Mezzo ideale di identificazione e richiamo in caso di richiesta di riammissione;

3) Presentando i propri ritratti ai pazienti, riceverebbero un’immagine di sé molto accurata, che aiuterebbe il trattamento.

La Fototerapia oggi

Nei tempi più recenti, la fototerapia è uscita dall’ambito puramente psichiatrico ed è diventata una pratica diffusa in campo psicoterapeutico.

La fotografia si è trasformata nel mondo contemporaneo; poiché tutto ciò che facciamo, compriamo, sosteniamo o diciamo è sostenuto da immagini fotografiche, siamo arrivati ​​​​anche a associarle ad emozioni negative che possono suscitare: invidia, colpa e rabbia. 

Tuttavia, un certo numero di praticanti ha trovato il potenziale per qualcosa di positivo nel mezzo fotografico che è stato a lungo associato all’osservazione intensificata e alla sintonizzazione del nostro io interiore con il mondo esterno

L’uso delle fotografie in terapia è stato introdotto da professionisti della salute che lavorano in Nord America negli anni ’70 e formalizzata come “fototerapia” dall’ arteterapeuta Judy Weiser (Loewenthal, 2009).

Weiser definisce la fototerapia come una tecnica di counselling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso l’immagine per far emergere vissuti, ricordi e pensieri.

La fototerapia è definita come “ insieme di tecniche che utilizzano la fotografia in un percorso e in un ambiente terapeutico come componente della psicoterapia o della pratica terapeutica con i clienti” (Weiser & Krauss, 2009, p. 78).

Il ruolo della fotografia è come strumento funzionale ai fini terapeutici, dove l’efficacia dell’intervento è subordinata alle effettive capacità del professionista.


Questo differisce dalla fotografia terapeutica o dalla fotografia autobiografica, dove pratiche fotografiche sono utilizzate da individui stessi o da altri per loro conto per il solo scopo di espressione creativa, conoscenza di sé e consapevolezza, ma in genere senza l’uso di un consulente, psicoterapeuta o professionista sanitario (Weiser, 1999).

Cristina Nunez
Cristina nunez
 Jo spence
Jo Spence

Il lavoro delle inglesi , la fotografa Jo Spence (1986), che ha documentato la sua esperienza con il cancro al seno e
trattamento nella mostra del 1982 “A Picture of Health?”, e Cristina Nunez, autrice, artista e fotografa che insegna il proprio metodo di autoritratto per esplorare la propria vita interiore sono rappresentazione della natura integrativa della fotografia come terapia.

Jo Spence propone una forma radicale e personale per la fototerapia, una forma pionieristica di fotografia come forma di guarigione. 

Originariamente sviluppato nel 1983 con Rosy Martin come fototerapia di rievocazione, l’idea generale era che la pratica fotografica potesse essere utilizzata in modo terapeutico, ricostruendo letteralmente la propria immagine, ricostruendo se stessi in effetti dall’esterno.

L’artista Cristina Nunez ha dato seguito alle idee di Spence e Martin con il suo metodo particolare, che lei chiama “l’esperienza dell’autoritratto”, usando l’autoritratto come atto di fiducia in se stessi ed esplorazione della psiche interiore.

Richiedi maggiori informazioni